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"All'infuori del cane, il libro è il miglior amico dell'uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere". G.M.


Scritti


1 agosto 2004

Diario di bordo. Inventario minimo.

Non pensare.


Non pensare.


Anzi, no. Pensare ad altro.


Pensare che con questo caldo forse non supererò la notte e quindi è inutile preoccuparsi di sciocchezze.


Pensare ad altro.


Pensare ad altro.


Osservare.


Certo, osservare quanto dista il letto sfatto dalla mia idea di esistenza.


Tagliare.


Tagliare le parole inutili, le frasi ad effetto, ricercate poi, nemmeno spontanee. Perché poi ricercarle, e per chi?


Tagliare.


Tagliare.


Evitare di chiamare.


Difficile, magari guardare un film per distrarsi, magari non adesso. Un film orrendamente sciocco, utile per spegnere il cervello, non pensare, non sentire il bisogno di chiamare.


Evitare di rispondere al telefono.


Scortese, ma più scortese ancora sarebbe riattaccare a metà telefonata. Staccare piuttosto il telefono, o abbassare il volume della suoneria e guardare un altro film, stavolta più serio. Potrebbe rivelarsi utile e convincente dire: “Scusami, guardavo Eisenstein e ho tolto la suoneria…” 


Musica.


Ma che ore sono?


Tardi.


Niente musica, allora.


Buonanotte?


Dormire.


Dormire, ma prima leggere qualche pagina di quel libro troppo a lungo riposto. Ricordo a malapena i colori. Rossa la copertina, panna le prime righe, più scuro fino a pagina 11. Poi basta, mi era venuto sonno, come adesso.


Tagliare le frasi ad effetto, le parole inutili.


Non pensare. Già detto.


Non pensare. Già detto, ma non fatto.


 


 


Il Capitano 




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29 luglio 2004

(39, 40, 41) Io esco e non conto più per nessuno

Anche il povero-cristo-cardiopatico faceva parte del gioco, contava sempre, e non perche’abitava dietro casa mia, no, perché noi truccavamo la conta più o meno onestamente, e alla fine chi ci rimetteva era sempre lui, il povero-cristo-cardiopatico.


Certo alla lunga il gioco si faceva un po’ monotono, ma noi si vinceva sempre, e questa era l’unica cosa che contava.


Eravamo gente di sani principi, noi, e in fondo, a quel ragazzo lì, gli volevamo pure bene.


Per tutti era, come si dice, una specie di guida, si una guida, tipo quello della buona novella, o giù di lì; lui parlava e noi lo ascoltavamo; e devo ammettere che era bravo, bravo davvero.


Oh un giorno parlava di nascondino, il gioco, ma dovevate sentirlo; per lui, il nascondino era altro, tutt’altro, era più di qualche ventricolo impazzito e qualche rianimazione frettolosa, era piuuu’… come si dice, ah ecco, una palestra di vita, vita vera, vita vissuta non quella del televisore.


Tutto cominciava con la tana –così diceva lui- e a dire il vero ci finiva pure con la tana; era insomma un circolo un po’ vizioso, ma a noi piaceva così e poi a dire il vero non c’eravamo mai posti il problema. Noi non eravamo gente fatta per le grandi novità, proprio no, il cardiopatico invece si, e le reggeva pure bene le novità.


Per dirvene una, lui, la tana, la chiamava“deus ex machina o giù di lì”, così la chiamava, ma noi non la pensavamo allo stesso modo, per noi era tana e basta, e gliele davamo di santa ragione.


Quando voleva esagerare poi, la chiamava addirittura “motore immobile o giù di lì”, ma fortunatamente il padre di Angelo era meccanico, e diceva che non era possibile a meno che il motore non si fosse grippato, e allora non gliele davamo.


E visto che l’ambiente lo permetteva continuava come suo solito, o giù di lì, il suo comizio,


diceva che la tana era un entità a se stante, universale e particolare, oggettiva e soggettiva, che era il paradossale incontro degli opposti, ma quando arrivava a questo punto,agli opposti intendo, la situazione cominciava a farsi insostenibile, ed erano evidenti i primi segni di insofferenza, Angelo lo minacciava col cric, e allora io continuavo a leggere il comizio al posto suo.


 


La tana, diceva il foglio, era allo stesso tempo castigatrice e liberatrice, ubiqua, ma non sempre,  più in alto o più in basso;


A volte quasi sfiorata oppure tana salvi tutti..


Truccata e senza dio.


Era il posto “eureka”, il posto -dopo mi nascondo con lei- o -dopo mi nascondo dove ci sono i giornaletti-.


Era la pura essenza del gioco, un non posto, che con un colpo di mano ti restituiva carne e ossa, ossa e carne e lasciava l’impalpabilità dei tuoi sogni al nascondiglio.


Beh, l’ultima non era del cardiopatico, era la mia, è così che siamo diventati amici.


Lui  invece concludeva così: Una silhouette rarefatta, la luce fioca dei lampioni bistrattati dalle fionde, poi Angelo lo stendeva col cric.


 


 


Mozzo di Poppa




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29 luglio 2004

Get back. Il ritorno dei Fab Ear.

Ho un bel gruppo io. Siamo in quattro e suoniamo insieme da così tanto tempo che quando abbiamo iniziato in tv c’era il Supertelegattone. Per qualche tempo abbiamo avuto un discreto successo, da un po’ di tempo suoniamo solo per noi, ci chiudiamo in sala e suoniamo e parliamo. Che poi non è una vera e propria sala. E’ un buco, però c’è tutto. Tranne i microfoni, quelli ce li hanno portati via quando sono entrati a rubare. Colpa mia, avevo lasciato la porta aperta e sono entrati, hanno portato via solo un posacenere e i microfoni. Sapevamo chi era stato, ma non ci andava di litigare e così abbiamo deciso di dar loro anche i cavi, almeno potevano usarli. Del posacenere in fondo non ci importava granché, nessuno di noi ha mai fumato, peccato solo perché era un bell’oggetto, mi ricordo. Il furto dei microfoni invece ci ha creato qualche problema e mi ha costretto ad alzare la voce quando cantavo. Ormai siamo abituati, solo che non ci fanno più suonare in giro, dicono che non canto, grido. Certo, rispondo io, sennò chi mi sente? A volte le cose più ovvie possono sfuggire ai più.




Ormai, sono anni che non suoniamo fuori da qui. Ma anche questo non ci importa più. Veniamo qui quasi tutte le sere e parliamo e suoniamo. Ho sempre pensato che si parla meglio se si ha un qualsiasi strumento fra le mani. Quando A. prende la chitarra e mi parla, potrebbe persino dirmi che Hendrix in fondo non era un granché e io ci crederei, perché mentre parla suona qualche nota e l’effetto delle parole è completamente diverso. Il fatto è che non lo direbbe mai, perché ha la chitarra in mano.




Ieri sera M. è arrivato in saletta, si è seduto alla batteria, ha fatto il solito casino mentre A. accordava, si è preso il solito vaffanculo e poi se n’è uscito con questa storia del concerto gratis per il nostro pubblico. Ora, a parte che nessuno ha mai pagato per sentirci suonare, tranne noi stessi quella volta che per suonare al compleanno di un amico di un conoscente abbiamo tirato fuori cinquantamila lire a testa tra viaggio, cibarie e bevande più altre venti a testa per convincere il dj che era stato contattato ad abbandonare il festeggiato all’ultimo momento; a parte questo, noi non abbiamo più un nostro pubblico. Nemmeno i nostri parenti ci apprezzano più, mio padre dice che facciamo solo rumore e che ci vorrebbe denunciare per come rifacciamo Satisfaction, la ragazza di C., il bassista, dice che siamo finiti e la mia ex mi ha lasciato per uno dei tizi che si è fregato i microfoni.




Però M. ci ha detto che il concerto si terrà lì dove tutto è nato, davanti agli studi di Abbey Road, sulle strisce. Facevamo gli idioti, imitando i Beatles (non particolarmente originali, mi rendo conto, però noi eravamo seduti in macchina) e a un certo punto io ho detto agli altri, perché non facciamo un gruppo? E l’abbiamo fatto. Abbiamo subito suonato lì ad Abbey Road, ci hanno detto che non avevano bisogno di gruppi in quel momento, ma di lasciare il curriculum che ci avrebbero contattato loro nel caso. Non avevamo ancora comprato nemmeno gli strumenti, sul curriculum c’erano solo i nostri nomi e un numero di telefono. Ho vissuto nella convinzione che quel pezzo di carta fosse finito nel cestino nello stesso istante in cui la porta si è chiusa e noi siamo rimasti fuori. Invece M. ieri è arrivato e ha detto che ci vogliono a Londra per suonare lì, davanti a Abbey Road, sulle strisce. Concerto gratis per il nostro pubblico. Non un addio però, un nuovo esordio semmai, in grande stile. Ci sarà anche McCartney, che una volta, sentendoci suonare, ha preso da parte M. e gli ha detto che se ci fosse stato lui al posto di Ringo Starr, i Beatles avrebbero avuto una marcia in più.




Questa cosa ci sta prendendo parecchio, tanto che stiamo suonando da stamattina presto. Abbiamo già in mente la scaletta, suoneremo per oltre due ore. Ci stiamo già prendendo le nostre rivincite. La ragazza di C. ha detto che comunque andrà, siamo finiti, la mia ex mi ha scritto che è felice per me e mi ha chiesto se posso farle avere un altro cavo per il microfono che il suo ragazzo mi ha rubato. Forse verrà pure mio padre, ma Satisfaction non la facciamo.




 




 




Il Capitano




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16 luglio 2004

It's reality Brad!

 

 

 

 

 

 

 

 

ET in fondo è una tartaruga senza carapace e con un dito posticcio.

 

Mozzo di Poppa




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12 luglio 2004


Niente musica, oggi preferisco così. Strano per me, che non faccio un passo senza sceglierne la colonna sonora. Ma stanotte no, preferisco lo strano silenzio di una macchina fin troppo veloce, di un vento freddo che passa attraverso finestrini aperti, di una città deserta, di una città che non è una città qualsiasi. La macchina entra indiscreta nei suoi più intimi meandri e io guardo fuori e non parlo e non dico, non dico nulla perché so che potrei rovinare tutto con la parola sbagliata e allora preferisco ascoltare. Niente musica, ho detto, quindi ascolto solo una voce che parla ogni tanto, quasi cantando, per fissare le cose, per dirmi quello che vedo, anche se domani non lo ricorderò, perché sono distratto. E la voce l’ha capito che sono distratto e a volte tace, quasi in attesa di un cenno da parte mia. Ma io non posso parlare, perché sto guardando fuori dal finestrino e non riesco a fare due cose contemporaneamente. E poi la voce adesso mi dice di osservare più attentamente, lì davanti a me. Scendiamo dalla macchina, io e la voce che sembra cantare, e adesso, davvero, anche se mi impegnassi, anche se sapessi cosa dire, giuro, non avrei fiato a sufficienza, quindi sto zitto. Qui il silenzio è pressoché totale, copre qualsiasi cosa, tranne il suono dell’acqua che scorre e che, inspiegabilmente, sembra sussurrare alle mie orecchie la Rapsodia di Gershwin, blu come questa notte d’estate.


 




 



 



 



 



Risalendo in macchina, la voce torna a farsi sentire, una parola, una frase, un sospiro…ah no, quello era mio. Ma la voce non si accorge e continua a cantare.

 

 

 

Il Capitano




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5 luglio 2004


Finalmente partiamo. Il Timoniere è arrivato appena in tempo, ormai avevamo quasi finito le riserve di birra.


E’ arrivato di sera, come previsto. Eravamo qui fuori, davanti alla porta. Parlavamo di tennis, ma soprattutto della Sharapova, del suo stile, della sua capacità di non lasciarsi vincere dalla pressione, della sua volè così precisa. A un certo punto, il Mozzo di Poppa smette di suonare il banjo e si alza in piedi, come se avesse visto qualcosa. Allora mi alzo anch’io, perché quando il Mozzo di Poppa smette di suonare sta succedendo qualcosa di importante. Il primo a riconoscerlo è il Mozzo di Prua, forse perché è il più alto. “Sta arrivando il Timoniere” dice. E lo dice mettendomi una mano sulla spalla. Ma sono ancora dubbioso e resto immobile, sospeso per un lungo istante, finché non giunge alle mie orecchie, e a quelle dei miei sodali, un’irripetibile imprecazione, talmente forbita da non lasciare dubbi. E’ il Timoniere. Prorompiamo in una fragorosa risata e cominciamo a correre verso di lui; anche il Timoniere affretta il passo. Ovviamente, il primo a godersi l’abbraccio è il Mozzo di Prua, troppo veloce per me, troppo lunghe le sue gambe rispetto a quelle del Mozzo di Poppa. Ma viene anche il nostro turno. Il Timoniere prende il Mozzo di Poppa e lo solleva da terra, sembra ancora più grosso dell’ultima volta che ci siamo visti; poi si avvicina, mi abbraccia e mi dice “Eccomi Capitano” e girandosi verso gli altri grida “Cazzo! Ce l’ho fattaaa!”. Si, Timoniere, ce l’hai fatta.


Siamo di nuovo tutti e quattro insieme. Restiamo fuori, dentro farebbe troppo caldo, e parliamo. Sempre di tennis ovviamente e del Vate di Caldogno e, libando avidamente la bionda bevanda che il Timoniere ci ha portato, ricordiamo episodi sparsi di un passato denso di nobiltà e gloriose scoperte (fra trapezi equilateri e moderne pile alte mezzo metro).


In tutto questo, io guardo i miei amici e mi guardo ridere con loro. Guardo il Mozzo di Poppa, che nel frattempo ha ripreso in mano il banjo e suona mentre parla; osservo il Mozzo di Prua che ascolta attentamente gli aneddoti che il Timoniere ci porta dal Texas (che ogni volta mi spiazzano e lui lo sa). Sono più che fratelli per me. Li guardo e rido con loro e sto bene e non ho bisogno di nient’altro. Quando sono con loro, mi sembra che ogni scelta sia facile, ogni decisione sia quella giusta. Io sono il Capitano è vero, ma non saprei che fare con questa nave senza di loro.


Il Timoniere mi guarda, forse ha capito, lui capisce sempre tutto. Mi dice “Capitano, finalmente partiamo”.


Si, Timoniere, finalmente partiamo.


 


 


Il Capitano




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27 giugno 2004

Non adesso...

F....lo! Ha qualcosa davanti, dev'essere il radiatore, questo secchio non è altro che un enorme radiatore bianco, se si spacca qualcosa non può essere altro. Allora, mettiamo in chiaro le cose, vecchio bidone: d'accordo che sei del '91, d'accordo che hai il motore crucco e lì non possiamo farci niente ma tu adesso riparti e ti dai anche una mossa. Sono un mozzo dal grilletto facile, se solo avessi una calibro 38  ti farei le prese d'aria nuove. Per una volta che ti chiedo un favore, che figura mi fai fare con il Capitano...dai, fallo per me, lo sai che ti lavo almeno una volta l'anno. Ok, non farlo per me, fallo perchè sei una macchinetta orgogliosa e vuoi dare sempre il meglio. Fanculo, peggio che  parlare con Sinatra...C'è una casa, è qui, a un passo e faccio anche finta di essere comodo se riparti. C'è da arrivare al mare, altrimenti lui non ci vede da lontano, dobbiamo accendere delle fiaccole, mandare il segnale, farci vedere. Se non vuoi farlo per quel mozzo plebeo che sono, fallo per la congrega, fallo per il Timoniere.




 

Il motorino dell'accensione fa un gracchio sinistro, è una curva asintotica e non tocca mai l'asse perchè la scintilla non scintilla. Poi il Capitano tira fuori una Gibson e attacca Take it easy. Cazzo, la mia Opel va fuori di testa per gli Eagles.                                                    


 

La curva ha toccato l'asse.




 

Ora Libertà è più vicina.




 

Mozzo di Prua




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26 giugno 2004

Aspettando il Timoniere...

Nella campagna, la vecchia fattoria di Mato Rujo dimorava cieca, scolpita in nero contro la luce della sera. L’unica macchia nel profilo svuotato della pianura. I quattro uomini arrivarono su una vecchia Mercedes. (brano tratto da Senza Sangue di Alessandro Baricco)


E’ proprio quello che volevo dire io, mio caro Alessandro. Solo che non siamo a Mato Rujo, o forse si –dove cazzo è Mato Rujo? – e soprattutto non siamo in quattro. Non ancora almeno, stiamo aspettando il Timoniere. Senza di lui non possiamo partire; senza di lui, come partire?

Siamo arrivati qui qualche settimana fa: il Capitano (che poi sarei io), Mozzo di Prua e Mozzo di Poppa, con la macchina del Mozzo di Prua, ovviamente. Qui è una casa in campagna, una vecchia fattoria, come dice Baricco. Ma un chilometro più in là, giù per quella strada stretta e sconnessa, si va al mare. Anzi, due chilometri più in là, perché a un certo punto la strada si interrompe e bisogna risalire per un certo tratto, attraversare in parte una proprietà privata e poi immettersi nuovamente nella strada principale: due chilometri esatti, ma fatti con la macchina del Mozzo di Prua sembreranno almeno quattro, già lo so. La macchina del Mozzo di Prua è come Herbie, il maggiolone della Disney, ma non è un maggiolone, è qualcos’altro, non so cosa e forse nemmeno il Mozzo di Prua sa più cosa sia. Quella, ormai, è semplicemente la nostra macchina, è con lei che tante volte abbiamo raggiunto Libertà per riabbracciare il nostro Timoniere, è con lei che percorreremo quei due chilometri che ci porteranno al mare, anche se sembreranno quattro.


In mare, attraccata ormai da troppo tempo, ci aspetta una nave. Ma senza Timoniere non possiamo partire. E allora lo attendiamo qui.


Questo posto puzza insopportabilmente di sterco di cavallo. A tratti, quasi non si riesce a respirare. Eppure il Mozzo di Poppa riesce persino a cantare, naturalmente accompagnandosi col suo immancabile banjo. Non ho ancora capito come faccia, ma con quell’affare ci suona persino l’assolo di So lonely! E’ il più sereno fra noi, come sempre. Il Mozzo di Prua è più nervoso, preoccupato. Mi chiede “Che facciamo Capitano?”. E io rispondo solo “dobbiamo aspettare”. Naturalmente questo lo sa benissimo anche lui, vorrebbe che gli dicessi qualcosa di più e anche quando lo rassicuro dicendo “arriverà” so bene che su questo non ha dubbi. Quando è il vero problema e, amico mio, a questa domanda non so dare risposta. Spesso mi avvicino alla finestra, quella che da sull’unica strada che porta a questa tenuta, sperando di vedere arrivare la nobile sagoma del Timoniere e, ogni tanto, mi sembra davvero di scorgerlo, oltre la staccionata, oltre la siepe: e invece ancora niente.

Dove sei amico?

 



 


 

Il Capitano



 


 



 


 



 


 



 


 



 


 




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23 giugno 2004

Notti magiche.

Cammino. Sono quasi le nove di sera e in giro non c’è praticamente nessuno. Una coppia che porta a spasso i cani, un’altra coppia che fa una passeggiata in bicicletta. Mi incuriosisce il popolo che boicotta la Nazionale, il popolo che sfugge all’auditel e al tricolore esposto alle finestre. C’è uno schermo tutt’altro che maxi in piazza, un bar ha piazzato un quattordici pollici attorno al quale si è raggruppato un discreto capannello di gente che tifa e consuma. Ma c’è anche chi passa dritto e continua a parlare d’altro e non si volta nemmeno distrattamente a guardare lo schermo. C’è persino un uomo che lava la macchina. Avrà cinquantacinque, forse sessant’anni e ha deciso di lavare la macchina la sera della partita. Ha fatto bene.



 

Io cammino. Ho visto la prima mezzora di Italia - Bulgaria. Che tedio. La prima considerazione che mi viene in mente è questa. Dieci anni fa, ai Mondiali giocati negli Stati Uniti, si disputò un’Italia-Bulgaria che finì 2-1, doppietta di Roberto Baggio e fu finale. Era la Bulgaria di Stoichkov. Quella di stasera è la Bulgaria di non si sa chi, è con tutta evidenza l’ultima squadra materasso al mondo: e infatti qualcuno con la maglia numero sette, orfano dell’uccelletto, ha già cominciato a dormire. 



 

Mi sembra d’essere dentro un film. Di Fantozzi. Seguo la partita ascoltando la voce del telecronista che viene dalle case, attraverso le finestre aperte. Proprio come Villaggio in un film della serie, non ricordo quale (il secondo? mah…). Da un momento all’altro potrebbe segnare l’Italia. Se così fosse, ricostruirei esattamente la scena del film e come il ragionier Fantozzi mi affaccerei a una finestra, infilerei la testa e griderei “chi ha segnato?”, prendendomi (e un po’ godendomi) il meritato cazzotto. Se così fosse, sarebbe appunto un film; l’Italia non segna. Strano a dirsi, invece segna la Bulgaria e, grazie al provvidenziale televisore acceso in un negozio di elettrodomestici, quasi mi godo il momento. Invece no, mi allontano un attimo prima del rigore. Pazienza. Cammino.



 

22 giugno. Due anni fa, di questi tempi, era tutto diverso. Faceva caldo, troppo caldo, Studio Aperto faceva i collegamenti dalle varie città italiane, una specie di “Tutto il caldo minuto per minuto”: qui Bologna, la temperatura ha raggiunto da poco i trenta gradi, caldo soffocante – scusa Bologna, ti interrompo da Cagliari dove abbiamo superato abbondantemente i trentatré – aggiornamento da Venezia, siamo sui ventinove gradi, ma l’umidità è alle stelle. Insomma, tutti gli inviati davano lo stesso risultato, faceva molto caldo. Quest’anno Studio Aperto racconta di un’estate che tarda ad arrivare. Due anni fa c’erano i Mondiali e io pensavo ad altro. Quest’anno ci sono gli Europei e sarebbe meglio che io pensassi ad altro. Tutto diverso, la costante è la Nazionale, che anche stavolta gioca un calcio che fa ribrezzo e anche stavolta grida allo scandalo (in Corea era Moreno, in Portogallo è la combine).



 

Smetto di camminare, sono arrivato. Secondo tempo: arrembaggio, pareggio, arrembaggio, combine, Cassano, Italia a casa. E per finire un messaggio dal Texas (possibile?): “Che squadra di perdenti. Appendete Del Piero per i coglioni”. Risposta: “La solita Italia, il solito Del Piero e tu sei vivo. Sono felice”.



 

 



 

Il Capitano



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 




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16 giugno 2004

Mi ritorna in mente.

(guardando la partita dell'altra sera, mi è tornata in mente una cosa scritta due anni fa..eccola.)



 



 



18 giugno, ore 13.30: trenta gradi all’ombra, trenta gradi dentro casa, fuori il doppio, o forse la metà, fuori non c’è la partita. Italia - Corea, del Sud stavolta, ma sempre Corea. Ottavi di finale di un Mondiale già vinto, pura formalità superare i velocissimi padroni di casa, siamo l’Italia e vinciamo a mani basse. Cinque minuti al fischio d’inizio e tutto è pronto. Siamo a tavola, famiglia riunita di fronte al televisore, la tensione sale perché sarà pure una formalità ma la palla è rotonda, basta un attimo, vince chi la butta dentro e poi l’arbitro…un attimo, un sospetto, un alibi. Vietato alzarsi, vietato cambiare posizione, l’altra volta ti sei girato e la Croazia ha fatto goal, stai fermo che così porta bene. Parte l’inno e qualcuno muove le labbra confusamente, qui sulla poltrona davanti al televisore, azzeccando si e no cinque parole.



Inizia. Quelli, i coreani, corrono il doppio, forse il triplo rispetto ai Nostri: gli Azzurri, i superpagati, i migliori al mondo. Quelli, sempre i coreani, si trovano subito, tre passaggi e sono in porta…mi passi l’acqua?con ‘sto caldo non si resiste…Cosa?! Rigore, no, come si fa? Hai visto? E’ un tripudio di “l’avevo detto, ci vogliono fuori” (perché poi? mi viene da chiedere, ma solo per un attimo, poi ammutolisco)e altro che è meglio non ripetere. Tiro…parato! Grande Buffon e ora andiamo a  segnare.



No, niente, guardali come giocano meglio, non si può buttare così la palla, non c’è gioco, così non vinceremo mai…Ora, una cosa che assolutamente non si può e non bisogna fare durante una partita della Nazionale è essere pessimisti o, addirittura, obiettivi: no, si rischia l’accusa di Alto Tradimento. Io l’ho fatto, sono stato pessimista, obiettivo a seconda di come la si guarda, insomma, sono stato processato sommariamente e condannato, cacciato, deportato in un’altra stanza, con un altro televisore (in fondo non aspettavano altro, lo so, vengo punito per aver invocato strenuamente Baggio, anche a convocazioni ormai diramate). E anche in quest’altra stanza, con quest’altro televisore, le cose non cambiano, sofferenza e caldo e sete, ma per bere stavolta devo alzarmi, percorrere tutto il corridoio ed entrare in silenzio nella stanza dove sono riuniti gli altri, la famiglia, gli allineati, i miei giudici. Rinuncio. Poi, inaspettato, il gol, anzi il goal: Vieri! Non si sa da dove, ma si recuperano le energie per gridare. E’ una liberazione. Non solo a causa della tensione, che aveva raggiunto livelli di guardia, ma anche per me, che beneficio di un’inaspettata grazia. Torno nella stanza con tutti gli altri, bevo un enorme bicchiere d’acqua ghiacciata e mi accascio sul divano in attesa della fine del primo tempo. 



Fa sempre più caldo, ormai saranno più di trenta i gradi, ci si spoglia di tutto il superfluo, ma si resta come decenza vuole. Petti più o meno villosi, odore d’umanità vera, ma nessuno si lamenta. Finisce il primo tempo, 1-0, risultato minimo, ma è sufficiente, non siamo mai stati ingordi e non inizieremo certo ora.



Si discute, come sempre ognuno ha visto la sua partita, dominata, sofferta, comunque avvincente. Squilla il telefono e nessuno vuole alzarsi per rispondere: chi sarà? per quanto tempo vorrà tenermi lì? no, c’è la partita. Il telefono continua a squillare finché dall’altra parte rinunciano; chiunque sia richiamerà se davvero era importante.



Liberiamo il tavolo da posate, piatti, tovaglia e cibarie avanzate, lasciamo solo bicchieri e bottiglie d’acqua e di qualsiasi liquido bevibile sia fresco, meglio ancora se gelato. 



Fuori, una leggera brezza caldissima muove i tricolori esposti con un certo orgoglio sui balconi. L’atmosfera è surreale: c’è un silenzio strano, come se tutti, nelle case, stessero cercando di raccogliersi intorno alla squadra, concentrati.



Il secondo tempo inizia puntualissimo; quando l’arbitro fischia, c’è chi non ha ancora ripreso il proprio posto dopo l’appuntamento fisiologico di fine primo tempo e la cosa crea non poche preoccupazioni, sempre per quella lievissima tendenza alla scaramanzia cui ho accennato sopra.



Tutto però scorre liscio, anche se la pressione dei coreani si fa sempre più intensa, mentre gli italiani sembriamo già alla frutta. E anche noi qui a casa, a dire il vero, cominciamo a risentire, nel fisico e nella mente, del caldo asfissiante e della tensione e del pressing. Cominciano ad affiorare i primi dubbi: perché non mette una punta?perché non ne toglie una? Niente, si va avanti così. In realtà da alcuni minuti si segue la partita come in trance, non ci si accorge          di eventuali sostituzioni, falli, ammonizioni; si guarda solo il pallone, si sta attenti che non passi oltre la trequarti dell’Italia, novella linea del Piave oltre la quale arrestare lo straniero. Almeno in linea di principio, perché lo straniero, nella fattispecie il coreano, anzi i coreani in massa (ma quanti sono?) oltrepassano eccome il nostro Piave, a dire il vero hanno invaso la nostra metà campo e sembra si apprestino a sferrare l’attacco decisivo, sfruttando magari una nostra incertezza difensiva. Tutti questi cattivi pensieri serpeggiano da tempo nella mente di tutti, me compreso che stavolta, però, tengo per me le mie riflessioni, per evitare una seconda, definitiva epurazione.



Guardo, guardiamo, ormai in silenzio le fasi conclusive della partita. Mancano si e no tre minuti, forse meno, sicuramente meno, viene quasi da dire che è finita, da pensare al prossimo avversario. E invece no, arriva il pareggio. Da qui in poi è tutto un cercare di rendersi conto che quello che si è visto è successo realmente, che non stiamo più vincendo. La conferma, il pizzico sulla guancia che fa capire che non si tratta di un sogno, di un incubo, arriva quando Vieri, proprio lui, da mezzo metro, a porta vuota, spara un pallone alto, altissimo sopra la traversa, forse fino al cielo scuro di Daejeon, nessuno ha visto dove sia finita la palla. L’arbitro fischia la fine e, come nella più recente tradizione calcistica italiana, si va ai supplementari. Ecco, restringendo il discorso esclusivamente al calcio, se c’è qualcosa di peggio, di più fisicamente e psicologicamente devastante di una partita della Nazionale, questa è senza dubbio una partita della Nazionale che si trascina ai supplementari: trenta potenziali minuti in cui ogni tifoso, di ogni età, vede passare a grande velocità davanti ai propri occhi, non le immagini della partita in diretta, ma quelle di altre partite che l’Italia ha concluso ai supplementari, non sempre trionfalmente, nel passato più o meno recente: il gol di Rivera alla Germania nel Settanta, quello di Trézéguet all’Italia negli ultimi Europei. Anch’io ormai non capisco granché  di questa partita e quando Totti entra nell’area di rigore coreana, si defila e finisce a terra, vedo Baggio che prenda la rincorsa e insacca il rigore del due a uno alla Nigeria nel ’94. Invece no, niente Baggio, niente Nigeria e soprattutto niente rigore: l’arbitro espelle Totti. Dieci contro undici, ma non succede praticamente più nulla, dopo un po’ anche in casa la rabbia viene brutalmente repressa e lascia spazio all’attesa per i calci di rigore (di nuovo!).



E’ un attimo, un istante, il tempo di un cross in area, il difensore non salta, anche se è più alto, anche se è il più forte ed è la storia del calcio italiano; l’attaccante coreano invece salta senza peraltro andare troppo su, perché alto proprio non è. E’ un attimo e l’Italia perde subito il Mondiale che aveva già vinto, lo perde con un goal di un ragazzo che gioca in Italia, riserva in una squadra di provincia. Ma tutti questi discorsi non si fanno, nessun discorso si fa, si sta in silenzio a guardare ancora una volta gli altri che festeggiano e gli italiani che piangono, per pochi secondi però, perché tutto sfuma nella pubblicità, dove però Totti segna e non viene espulso.



Dopo stiamo tutti ancora lì ad ascoltare quello che ci dicono Trapattoni e gli Azzurri, i migliori al mondo, eliminati. Anche da casa si partecipa attivamente alle polemiche ed è anche un modo per dare sfogo alla delusione. Stavamo vincendo e hanno perso, certo, per l’arbitro, per quell’espulsione, per la sfortuna, però…non dico niente, non è il momento. Ma con Baggio, forse…finisco di nuovo nell’altra stanza, davanti all’altro televisore, al confino per i prossimi quattro anni.  

 

 

Il Capitano (allora non ancora tale)




permalink | inviato da il 16/6/2004 alle 15:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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Ivan Zazzaroni da "La Stampa"

 

 

 

 

 

 

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