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"All'infuori del cane, il libro è il miglior amico dell'uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere". G.M.


Diario


18 febbraio 2005

18 febbraio. Sulla chiatta si festeggia.

 

 

 

 

 




Auguri Roberto.

La Congrega della Spiga




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14 febbraio 2005

Pantani

Le cose più grandi sono quelle che ha fatto quando tutti dicevano che era finito.

Era facile infatti, facile per lui, dominare le salite, renderle dolci e piane, quando a nessuno sarebbe venuto in mente di negare che era il più grande. Quando, tolta la bandana con un gesto che per gli avversari era un saluto, più che una sfida, si lasciava indietro tutti, rossi in volto, in affanno, sorpresi e ammirati. Restavamo lì a piangere e ridere insieme, con De Zan a cantare le gesta dell’eroe quasi fosse un poema epico, perché questo è il ciclismo, questo era, epica che fa piangere e ridere insieme.

Poi il buio, il silenzio; no, le urla, l’indice puntato, che strano godimento sentire quanto rumore fa un eroe che cade.

Su quelle salite, quelle con gli occhi addosso che aspettavano l’ultima caduta, ha fatto le cose più grandi. Lui che era il più grande si è fatto gregario di nuovo, quando le forze erano poche, perché le gambe andavano, ma la testa non voleva sentirne. Ha piegato le salite per il compagno più giovane, perché la strada lo sa, non dimentica, la strada lo sa e si lascia piegare.

Con la faccia triste, ha fatto capire a un texano troppo sicuro di sé che persino col piombo che si portava addosso, in salita volava più di lui.

Poi di nuovo buio, e silenzio. Stavolta silenzio d’attesa, di speranza, perché il Pirata prima o poi dovrà tornare, così dicevamo. E nell’ultima fotografia è tornato grande, il più grande, uno scatto che lascia indietro tutti, ancora una volta, rossi in volto, in affanno, sorpresi e ammirati. Ma per poco, troppo poco, solo per pochi metri.

La fine è ancora buio e silenzio, silenzio vero, su quella strada che non si lascia piegare più da nessuno, perché la strada riconosce chi sa far ridere e piangere insieme.

 

Il Capitano

 




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12 febbraio 2005

Diario di bordo. Fai con calma, Timoniere.

Ha bussato alla porta e ha chiesto permesso a voce bassa, come se non fosse casa sua, quasi potessimo impedirgli di entrare. Cazzo, urlaci che sei tornato, usa le chiavi, se le hai perse butta già la porta, questa è casa tua, Timoniere.

Eravamo lì, Mozzo di Prua, Mozzo di Poppa e io, il Capitano, in tre, da troppo tempo in tre. Lo aspettavamo. Non era la prima volta, ma stavolta era diverso. Il Mozzo di Prua mi guardava negli occhi ogni tanto come a cercare una risposta, una spiegazione che io ignoravo almeno quanto lui. Il Mozzo di Poppa tamburellava con le mani sulle gambe, come sempre ma più triste. C’era un’aria da Beatles in studio nel sessantanove, un’aria da the dream is over, per dirla come Lennon. Ma nessuno di noi voleva dire basta. E d’altra parte come avremmo potuto?chi avrebbe potuto? Sapevamo benissimo che questa cosa non l’avevamo voluta noi, questa cosa che chiamiamo Congrega della Spiga, ce la siamo trovata cucita addosso, noi quattro, non possiamo chiuderla e far finta di niente, Lei c’è.

Va beh, comunque. Eravamo lì attorno a questo tavolo, sotto la stiva di questa chiatta che risponde al nome di Sofia, ma solo se a chiamarla è il Timoniere. Perché senza di lui non c’è verso di tenerla ferma, Sofia; senza di lui Sofia soffre e si agita e per quanto noi possiamo cercare di controllarla, è tutto inutile, perché lei sembra andare volutamente verso il centro della tempesta, quasi voglia farsi risucchiare.

C’era vento ieri sera, tanto vento, e il mare era veramente incazzato, come poche volte l’abbiamo visto in questi mesi. Eppure Sofia oscillava dolcemente, culla mossa da mano di madre. E il Mozzo di Prua mi guardava e il Mozzo di Poppa tamburellava ancora triste, ma un po’ meno e io guardavo oltre quei piccoli oblò e vedevo il mare in burrasca e Sofia oscillare dolcemente e a un tratto ho sentito qualcosa. Piano, tre colpi alla porta e una voce grossa ma timida, che chiedeva di poter entrare. Ed era lui, il Timoniere. E giuro che avrei pianto se non avesse prevalso la voglia di mandarlo affanculo per aver dimenticato le birre e averci costretto a una serata a base di Redbull. Ma in fondo sono queste le prove su cui si cementa un’amicizia.

 

Il Timoniere ha ripreso in mano Sofia e lo sapevo che l’avrebbe fatto prima o poi, anche se stavolta ci ha messo un po’ troppo.

Ora delle tempeste me ne fotto, come Capitano e come uomo, perché so che c’è lui e il vento non si azzarda e il mare lo teme. Perché a lui basta guardarlo il mare, per fargli capire come stanno le cose.

 

Il Capitano




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12 febbraio 2005


Ho fatto un’atroce scoperta: sono diventato un redneck. Come sia potuto succedere, nescio, sed fieri sentio et excrucior. Ne vedo uno, fermo al semaforo. Guida un truck, rigorosamente Ford, vecchio di almeno cent’anni. La barba e’ di almeno quattro giorni. Ben calcato in testa, il cappellino dei Dallas Cowboys. Il rigonfiamento sotto il labbro inferiore e il bicchiere di plastica che regge con la mano destra denunciano la sua appartenenza all’esclusivo club Masticatori di Tabacco, marca Copenhagen ovviamente. Le note di una popolare canzone country giungono dall’interno dell’abitacolo.Lo guardo e ridacchio, commentando con Sandro che e’ per gente come lui che la parola redneck e’ stata inventata. Ridiamo di gusto, un ultimo barlume di spocchia europea e’ rimasto ancora ben radicato. Finisco di ridere, afferro la il bicchiere di plastica appoggiato nel portabevande, e lancio un solenne sputo al tabacco, marca Copenhagen ovviamente. Alzo il volume della radio, vado pazzo per questa canzone, Lee Ann Womack e’ proprio forte. Non e’ poi cosi’ male il country. Il sole picchia, meglio aggiustare la visiera del cappellino da baseball. Guardo la mia immagine riflessa sullo specchietto: diavolo, ho proprio bisogno di una bella rasata sembro...un...un....UN...REEEEDNEEEEECK! NOOOOOOO!

La verita’, la nuda, ineluttabile verita’ mi colpisce con la violenza di un treno in corsa, anzi, di una mandria di longhorns: sono diventato un redneck. Un collo rosso. Uno di loro. Non e’ possibile, get outta here. Solo apparenza, e’ solo apparenza. L’abito non fa il monaco. Sono ancora io, ho preso a prestito qualche costume locale, tutto qui. Ecco la prova. Le armi, sono contrario alle armi io, che bestialita’, che barbarita’, indegna di una nazione civile.....

Ma quando Sonny mi ha invitato al suo ranch, un fredda domenica di Dicembre, non mi sono rifiutato di prenderne una in mano. Poi due. Poi tre. Alla fine della giornata avevo sparato almeno duecento colpi, con rivoltella, semiautomatica, Winchester, M16, Kalashnikov, calibro 22 e fucile da caccia grossa. Ah, la mitraglietta, semiautomatica purtroppo. Occhi rossi e bava alla bocca. La Desert Eagle! La pistola piu’ potente del mondo: il rinculo mi aveva rispedito nella settimana precedente...Al ritorno, io e Sandro discutevamo su quale arma comprarci, optando per un fucile a pompa marca Remington. La patente di guida era l’unico documento di cui avevamo bisogno.Non lo comprammo per mancanza di fondi.

Ok, esempio sbagliato.

Il Cibo! La cucina italiana non ha eguali al mondo! Ah le lasagne, la pasta al pesto....delizie, godimento, prelibatezze senza eguali...

Ma vuoi mettere una bella bisteccona al sangue? Di quelle tenere, alte due dita...aaaaahhhhh....

le costolette al miele.....la chicken fried steak col white gravy.....NOOOOOOOOOOOOOO

Aiutatemi. Ne devo uscire, devo guarire in qualche modo, non e’ possibile...aiutatemi voi, amici miei, riprendetemi nella barca, guaritemi, ma dopo...dopo il Superbowl, vi pregoooooooo!




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11 febbraio 2005

Attenzione attenzione

Il timoniere latita. Però qui c'è un mozzo che si è ripreso da uno dei suoi torpori ciclici. Questo è solo un post di comunicazione tra congregati. Fuggi la tristezza, Capitano: non passeranno due settimane prima che questo mozzo sbarchi nell'Urbe. Avrai mie notizie.

MdP




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1 febbraio 2005

Storia breve (!) di un calciatore bambino.

Si fa presto a dire Baggio. Si fa presto persino a dire Cervia e il sogno di diventare Campioni.

 

Sono nato terzino destro in un campo oratoriale e lì e così, calcisticamente parlando, sarei potuto e forse dovuto morire.

Non amavo il calcio, o meglio ero smodatamente attratto dal calcio parlato, non altrettanto da quello giocato, che comportava sforzo fisico, movimento, allenamento, palestra, giri di campo, fondamentali e solo alla fine, e nemmeno sempre, partitella fra compagni in vista della gara di campionato.

Il primo ricordo che ho del mio rapporto col calcio giocato è un quadretto familiare: io, padre, madre, fratello dentro una grande, forse grandissima palestra chiassosa. In fondo, colui che diventerà il mio primo allenatore. Mio padre lo avvicina affiancato da mio fratello, è felice mio fratello, sta per cominciare la sua piccola carriera di calciatore bambino. Io non sono felice, io non voglio essere un calciatore, io voglio parlare di calcio il lunedì a scuola e chissà, un giorno, se avrò l'opportuna incompetenza, al bar sport che dista tre soli isolati da casa. Giocare no, non se ne parla. Ma si sa, i padri hanno sempre la meglio, a costo di tirar fuori la balla della necessità di socializzare e fare movimento, provano a realizzare il loro sogno: un figlio calciatore.

Calzoncini corti e maglietta, ore 15. La solita palestra chiassosa mi accoglie con un martellare apparentemente senza fine di palloni sul pavimento verde e grida di bambini che presto chiamerò compagni di squadra, mai amici, l’amicizia è cosa seria. Ancora mio fratello, sempre più felice; io medito la fuga per mezzora, poi mi adeguo e divento calciatore. Pulcino credo, non ricordo. Una cosa ricordo invece, nella mezzora successiva mi sono scoperto svogliato, abile a trascinarmi per tutti i giri di palestra richiesti: lavativo dalla prima ora della mia breve carriera calcistica.

Il mio allenatore mi stima, la fatica con cui porto a termine ogni esercizio fisico è apprezzata: sono uno che si impegna, secondo il mister; se l’è bevuta, se la son bevuta tutti. Ero uno scioperato di altissimo livello, ma nessuno se n’è mai accorto. Anzi, questa storia dell’impegno, palesemente falsa, diventa il mio trampolino di lancio, un sicuro lasciapassare per la formazione titolare. Scarso di piede e privo di testa atta a ragionare in termini tecnico-tattici, svolgo diligentemente il mio compitino, eseguendo alla perfezione la prima richiesta fattami dal mister: stai lì, mi dice prima delle partitelle e io ci sto, perché non dovrei, in fondo? La mia negazione totale per tutto ciò che concerne il movimento con la palla, il movimento della palla e di tutti quegli omini in calzoni dietro e attorno ad essa è interpretata come disciplina. Secondo qualcuno, pochi, so leggere il gioco, secondo altri, qualcuno in più, potrei spaccare la gamba all’attaccante avversario. Sbagliano tutti; troppo svogliato per inseguire il mio diretto concorrente cerco di arrivare prima di lui sulla palla: in un pomeriggio assolato d'aprile in cui il mio avversario diretto, un piccoletto velocissimo e tecnicamente dotato, non vede mai la palla, mi incoronano re del gioco d’anticipo, il mister prende la maglia numero 2 e ci scrive sopra il mio nome, terzino destro, come Gentile ma senza i brandelli di maglia di Maradona.

Mio fratello invece, il bambino felice di giocare, è bravo. Sa fare anche una cosa che alcuni giocatori fanno in televisione: il dribbling. Voglio dire, lui prende la palla, fa finta di fare una cosa e invece ne fa un'altra, tutto con il piede destro, ma velocissimo e il difensore rimane fermo ad aspettare, come un idiota. Io il dribbling non lo so fare, ma neanche me lo faccio fare, perché sulla palla arrivo prima io. Mio fratello un pò lo invidio, un pò no. E' vero che lui è bravo e sa fare il dribbling e qualche volta fa goal, ma a me non piace giocare e queste cose non mi interessano. A parte il goal, quello vorrei farlo, una volta.

Due anni dopo, mi ricordo migliorato ma non di molto, faccio sempre le solite cose al solito modo, ogni tanto però faccio lo stopper e prendo il numero 5. Dipende dagli avversari, se l'attaccante forte è l'ala sinistra resto sulla fascia, se è il centravanti, allora mi mettono in mezzo, davanti al libero, col numero 5.

L'esperienza di stopper affiancato al libero dura poco, pochissimo. Sono gli anni del Milan stellare di Sacchi e degli olandesi e, si parva licet, del bel Bologna di Maifredi; il gioco a uomo è superato, dicono, la febbre della zona arriva fino alle scuole calcio e agli oratori. Arriva anche da noi, con un nuovo allenatore profeta del verbo sacchiano, del 4-4-2, del fuorigioco. Tempi duri per noi difensori vecchio stampo, adeguarsi è la parola d'ordine per chi vuole tenersi il posto. A me non importa, non ci tengo alla numero 2 se non sto in marcatura fissa. Solo che il nuovo mister che con le sue formulette assomiglia a un Oronzo Canà con meno pancia e più capelli vede in me qualcos'altro, non certo un difensore. Mi prova sull'ala destra, non so dribblare e sono un pò spaesato, ma mi butto su ogni pallone, anche quelli che sembrano persi, come quel pallone calciato avanti, buttato verso la metà campo avversaria, tutti fermi, avversari e compagni, tutti ad aspettare che esca, ma il pallone non esce e io sono lì che gli corro dietro, veloce, velocissimo, il portiere mi guarda e non ci crede, non ci vuole credere, io continuo a correre e il portiere fa per uscire, sembra più vicino di me, ma io riesco incredibilmente a fare uno scatto in più, non ho il tempo di fermare la palla e portarla sul destro, il portiere è a pochi metri, vado col sinistro, senza pensarci mi viene fuori un tiro talmente forte che il pallone sembra deformarsi come in quelle partite impossibili di Holly e Benji, colpisce la traversa da sotto e sembra scoppiare, invece scende giù, oltre la linea di porta: goal. Dopo tanti anni mi emoziona ancora pensarci. Il mio primo goal, non ricordo cosa sia successo dopo, ho in mente qualche immagine confusa, io che continuo a correre e forse grido qualcosa ma non riesco nemmeno a sentirmi, sicuramente urlo un banalissimo, liberatore "goal!", con la "a" che scompare per far posto a una lunghissima "o", "goooool". Il mio primo gol.

Ora, se c'è una dote che un allenatore dovrebbe avere, questa è la calma, la freddezza. Il mio mister è un emotivo invece, ha problemi in attacco, vede il mio eurogoal e subito si convince di aver trovato il suo centravanti. E' la fine, penso. Infatti, dopo due goal in tre partite amichevoli, il bluff è svelato e finisco in panchina, col 14. Disonore e rabbia. Lentamente, allenamento dopo allenamento, il mister mi riprova in difesa, terzino o stopper. Verso la fine del campionato riprendo il mio posto di titolare. E' il campionato dei record: chiudiamo all'ultimo posto, zero punti, tre goal fatti e una miriade di goal subiti. Come Maifredi alla Juve, anche il mio mister chiude la sua avventura con noi a testa bassa, bassissima. Ma anche per me è tempo di cambiare aria, cercare nuovi stimoli.

Calzoncini corti e maglietta, di nuovo; di nuovo ore 15. Non lo so ancora, ma sto per cominciare il mio ultimo campionato, la mia carriera di calciatore bambino si conclude all'età di 17 anni. Il mio nuovo mister usa una zona mista, non abbandona la marcatura sull'avversario più temibile, ma chiede che si applichi il fuorigioco. Comunque la cosa mi riguarda fino ad un certo punto. Per lui, fin da subito, sono un terzino sinistro, numero 3, con licenza di offendere, ovviamente; gran parte delle gare per me si svolgono più sulla linea dei centrocampisti che su quella dei difensori e spesso mi ritrovo sulla linea di fondo della metà campo avversaria, intento a cercare un cross che raramente mi viene, perché io quel piede lì dalla parte opposta di quello destro lo uso come appoggio, per buttare il pallone e, una volta, per fare il mio primo goal. E poi il dribbling ancora non mi viene, quindi se ho l'avversario davanti la butto sullo scontro fisico per non subire la carenza di tecnica. "Un'ignobile farsa", questo l'epitaffio migliore per la mia ultima stagione.

E sarebbe anche l'epitaffio più appropriato per la mia carriera di calciatore bambino, se non fosse per il mio allenatore, che vedendomi uscire dal campo per l'ultima volta, decide di salutarmi con una pacca sulla spalla e un'amarezza che sembra sincera: "peccato, perdiamo un ottimo terzino sinistro". Che cazzata.

 

Si fa presto a dire Baggio. Si fa presto a dire il Cervia e il sogno di diventare Campioni.

Ma paso doble, veronica e pallonetto non sono così facili come sembrano in tv.

 

Il Capitano

 

 

 




permalink | inviato da il 1/2/2005 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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"NOI baggisti siamo abituati a sognare: affrontiamo le pause, spesso lunghissime,le panchine, quasi sempre immeritate, gli allenatori e gli infortuni ... con una serenità che fa invidia. Perché per noi, dopo, c´è sempre un miracolo. Noi baggisti diamo un nome, o un numero, ai miracoli. Il prossimo si chiama "ventitré"... Noi baggisti detestiamo il vittimismo e sorridiamo anche alla sfiga. Noi baggisti siamo irragionevolmente ragionevoli, ci gettiamo a corpo morto nell´assaporare le sfide e ci specchiamo nell´incredulità degli altri. Noi baggisti siamo speciali. Cioè lui, Robi Baggio, è speciale e per questo sarà sempre bellissimo essere baggisti. E continuare a sognare..."

Ivan Zazzaroni da "La Stampa"

 

 

 

 

 

 

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