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Pantani

Le cose più grandi sono quelle che ha fatto quando tutti dicevano che era finito.

Era facile infatti, facile per lui, dominare le salite, renderle dolci e piane, quando a nessuno sarebbe venuto in mente di negare che era il più grande. Quando, tolta la bandana con un gesto che per gli avversari era un saluto, più che una sfida, si lasciava indietro tutti, rossi in volto, in affanno, sorpresi e ammirati. Restavamo lì a piangere e ridere insieme, con De Zan a cantare le gesta dell’eroe quasi fosse un poema epico, perché questo è il ciclismo, questo era, epica che fa piangere e ridere insieme.

Poi il buio, il silenzio; no, le urla, l’indice puntato, che strano godimento sentire quanto rumore fa un eroe che cade.

Su quelle salite, quelle con gli occhi addosso che aspettavano l’ultima caduta, ha fatto le cose più grandi. Lui che era il più grande si è fatto gregario di nuovo, quando le forze erano poche, perché le gambe andavano, ma la testa non voleva sentirne. Ha piegato le salite per il compagno più giovane, perché la strada lo sa, non dimentica, la strada lo sa e si lascia piegare.

Con la faccia triste, ha fatto capire a un texano troppo sicuro di sé che persino col piombo che si portava addosso, in salita volava più di lui.

Poi di nuovo buio, e silenzio. Stavolta silenzio d’attesa, di speranza, perché il Pirata prima o poi dovrà tornare, così dicevamo. E nell’ultima fotografia è tornato grande, il più grande, uno scatto che lascia indietro tutti, ancora una volta, rossi in volto, in affanno, sorpresi e ammirati. Ma per poco, troppo poco, solo per pochi metri.

La fine è ancora buio e silenzio, silenzio vero, su quella strada che non si lascia piegare più da nessuno, perché la strada riconosce chi sa far ridere e piangere insieme.

 

Il Capitano

 

Pubblicato il 14/2/2005 alle 0.50 nella rubrica Diario.

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